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Una riflessione attorno ai sistemi predittivi

Brexit, Trump e Referendum hanno messo sotto la lente d’ingrandimento l’affidabilità dei metodi predittivi. Mi sono rivolto allora ad un sociologo affermato e autorevole, per una riflessione sullo stato dell’arte di questi strumenti tanto usati e troppo poco conosciuti.  Giorgio De Carlo, direttore scientifico dell’Istituto di Ricerca Quaeris mi ha proposto questa analisi davvero interessante:Alla vigilia del referendum mi ero già preparato una appassionata lettera per contraddire le lamentazioni circa quello che prevedevo sarebbe stato il disastroso esito dei sondaggi.Invece, visti gli esiti, devo scriverne quasi un peana.
Quasi, perché sbagliare il risultato in questo caso sarebbe significato chiudere baracca e burattini e fare qualche altro mestiere. L’esito della consultazione non poteva permettere sondaggi con risultati diversi dalla larga vittoria del NO. Il fatto è che, in linea generale, le tecniche e metodologie usate nello studio di questo referendum sono le stesse usate per la Brexit e per le elezioni USA. La differenza sta nei risultati finali delle consultazioni. Brexit (52% leave, 48% remain) e elezioni USA (48% Clinton, 47% Trump al voto popolare) si sono concluse con scarti piccoli, e in questo caso i risultati dei sondaggi sono stati molto sensibili agli errori campionari, mentre il dato macroscopico del referendum non poteva non essere rilevato anche considerando grandi errori campionari. Come nota di cronaca, a volere essere pignoli, i sondaggi USA che hanno dato vincente tra la popolazione americana Hillary Clinton, sono stati precisi. La Clinton alla fine ha realmente sconfitto di circa 2 milioni di voti Donald Trump al voto popolare, Continua a leggere

Artigiano Urbano

 

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Un segnale debole viene promosso a “tendenza” in un momento abbastanza preciso e verificabile della sua vita. Quando una piccola comunità agisce in modo ancora scollegato e disomogeneo, anche se percorre una via identificabile, è ancora un segnale debole. Si tratta di comportamenti che non riescono ancora ad incidere nella società e rientrano piuttosto nel contesto di bizzarie di piccoli gruppi alternativi che non danno alcuna garanzia di continuità o evoluzione. Meno ancora offrono una declinazione economica per gli operatori del mercato. Ma quando queste comunità cominciano ad organizzarsi e si mettono a tessere una rete di relazione al suo interno, e se questa relazione è continua, presto i frutti del dialogo e dello scambio diventano evidenti. A quel punto si può parlare di tendenza, perché non è ancora scontato che questa nuova formula sia già in grado di produrre effetti concreti nella vita di ciascuno o almeno di qualcuno di noi. I makers di tutto il mondo sono ormai in quella fase della loro evoluzione nella quale la tendenza comincia a produrre nuovi approcci e anche nuove soluzioni di prodotto. In Italia, ad esempio, si contano già 115 Fab Lab che sono una sorta di laboratorio comune, dove questi artigiani digitali possono trovare spazi di lavoro ma anche attrezzature e sapere condiviso. Nel corso dell’ultimo anno il numero dei Fab Lab è cresciuto del 30% e quando si ha un’accelerata di questa dimensione è chiaro che il segnale debole ha cambiato pelle. Alla base di questo fenomeno ci sono le note stampati 3D ma alla base delle stampanti 3D c’è una piattaforma elettronica, open source e low cost di nome Arduino. Nemmeno a dirlo è un progetto italiano il cui padre risponde al nome di Massimo Banzi. Ad incoraggiare questo processo (convergenza di fattori) si è anche ultimamente inserito il Piano Nazionale per la scuola digitale che prevede fondi per un miliardo di euro per la promozione e l’apertura di Fab Lab negli Istituti. Il motto di questa nuova vision storicamente affine alla predisposizione artigianal-innovativa dell’Italia è “Se puoi immaginarlo puoi farlo”. I Centri storici ormai svuotati per la loro inveterata inaccessibilità cominciano a ripopolarsi. Gli spazi abbandonati, da negozi e uffici si trasformano in  laboratori. Al loro interno si percepisce un formicolare di algoritimi, resine, lime e cacciaviti. Fate posto agli Artigiani Urbani!

LINKOGRAFIA
Il Sito di Arduino
Il Fab Lab di Rovereto
La Communiti di Artgiani, Makers, Crafters, Designer…
Il Sito del MIUR del Piano Nazionale della Scuola Digitale

 

 

 

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Sensory Skills

Da ormai diversi anni i corsi per Sommelier, per assaggiatori di caffè, di olio, di miele e i seminari di “Sensory” in generale sono affollati. Difficile comprendere ora se siano stati la pletora di food blogger e il successo dei cooking show a originare questo fenomeno mondiale, oppure il contrario.
Personalmente propendo per una convergenza di fattori favorevoli, all’interno dei quali la dinamica della globalizzazione non è estranea. Sappiamo infatti che, quasi sempre, alle grandi aperture internazionali, corrisponde una spinta uguale e contraria che porta le persone a valorizzare la propria specifica identità. Da qui la riscoperta di prodotti autoctoni e la loro conseguente promozione. Ora però questo fenomeno sociologico è entrato nella sua maturità e la buona notizia è che prima di avviarsi alla parabola discendente è riuscito nell’impresa di evolversi in qualcosa di nuovo e ancora più impattante nella vita di ciascuno di noi. L’analisi sensoriale è diventata qualcosa di scientifico e si è messa al servizio dell’industria e del sistema economico multisettoriale. Non è più quindi solo il comparto enogastronomico ad avvalersi degli “assaggiatori”, adesso vengono coinvolti anche in tutti gli altri comparti, primi fra i quali l’automotive, i servizi turistici e i prodotti da banco in genere. L’analisi sensoriale, nata negli Stati Uniti (tanto per cambiare), è come detto un metodo scientifico usato per risvegliare, misurare, analizzare ed interpretare le risposte che i prodotti danno tramite i cinque sensi. Lo strumento di misurazione in questo caso è l’essere umano e non una macchina. Nonostante questo il Sensory Project Manager (questa è la nuova figura) riesce, attraverso una specifica formazione e tanto allenamento, a rendere oggettivi parametri che nascono come soggettivi. Per diventare consulenti sensoriali quindi è necessario frequentare un corso, superare dei test di qualifica e poi tenersi allenato con sedute almeno quindicinali. A quel punto potreste essere chiamati a supportare lo sviluppo creativo di un packaging di prodotto, valutando l’esperienza tattile del contenitore, la sua ergonomia, l’impatto cromatico, le sensazioni olfattive ecc. Oppure potreste dire la vostra circa il posizionamento del prodotto o analizzare punti di forza e di debolezza rispetto alla concorrenza. I più bravi si potranno lanciare anche in analisi predittive o occuparsi di controllo qualità di prodotto. Ma questo senza passare da tabelle statistiche, algoritmi o ricerche di settore. Piuttosto ogni informazione passerà attraverso il naso, le orecchie, gli occhi….
E se pensate che questo lavoro non faccia per voi, poco male. Saranno i prodotti sensoriali a venire da voi, un po’ alla volta, ma sempre più di frequente.

LINKOGRAFIA
Cias Innovation (Centro Italiano Analisi Sensoriale)
SISS (Società Italiana di Scienze Sensoriali)
Euroisa (Istituto Europeo di Analisi Sensoriale)

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I Robot collaborativi

Anche se il termine “robot” nasce solo negli anni ’20 del secolo corso, l’uomo in realtà è ossessionato dalle macchine già dal ’700. La ricerca di un sostituto mai stanco, sempre infallibile e facilmente governabile è un obiettivo che tante volte l’uomo ha creduto di raggiungere. Invece ogni volta la faccenda si è complicata. Di recente gli ostacoli allo sviluppo di robot antropomorfi e agli algoritmi che ormai governano la nostra vita hanno trovato ostacoli di ordine etico, morale, filosofico e addirittura telologico. Un automa a forma di donna (o uomo) con la funzione di sostituire un compagno che non si trova (o che ci ha lasciato o peggio ancora che è deceduto) fa ritenere ai sociologi che possa compromettere seriamente le relazioni sociali sia personali sia della comunità (quando il fenomeno dovesse diffondersi come è probabile), oltre a pregiudicare la percezione di sé stessi e della propria identità. Gli algoritimi che governano il mondo invece, sono addirittura uno dei temi più dibattuti negli ambienti culturali e filosofici. A questo link ad esempio, potete trovare i 10 algoritmi che secondo molti governano il mondo, poi sappiate che dietro a questa lista ce ne sono altre decine di migliaia. Le frizioni nel rapporto tra l’uomo ed il sempre più performante robot non finiscono però qui. I recenti modelli autoreplicanti o in grado di produrre da soli altre macchine pongono all’essere umano la più grande sfida mai raccolta sino ad ora. Questa generazione di computer è nata per viaggiare nello spazio a tempo indeterminato, essendo in grado di autoripararsi e di riparare anche gli altri macchinari danneggiati. Una potenzialità che ha fatto sobbalzare molti teorici e filosofi. John Von Neumann ha addirittura lavorato ad un “costruttore universale”, una macchina replicante che opererebbe in un ambiente di automi cellulari con imprevedibili conseguenze sull’intero sistema di vita. Tra le ipotesi accreditate dai teorici vi è quella che le macchine, una volta acquisito un certo livello di intelligenza artificiale e una completa autonomia di riproducibilità (entrambi risultati praticamente raggiunti), comincerebbero a considerare l’uomo come inutile prima e come minaccia poi. In questo scenario apocalittico ci sono tuttavia anche buone notizie. Si perché se è vero che la società ed il mercato riconoscono le potenzialità della robotica nel suo complesso, allo stesso tempo registrano molti dubbi sulle condizioni di sicurezza, responsabilità, procedure di progettazione e in generale sugli effettivi impatti sulla vita e sulla produzione. Da tutte queste considerazioni nasce un nuovo paradigma per regolare i rapporti uomo/macchina che viene definito con il generico termine di “collaborazione”. La più recente generazione di robot sono quindi detti “collaborativi” e propongono vantaggi come il comfort di utilizzo, un’aumentata percezione della sicurezza, delle impostazioni più orientate all’ergonomia e soprattutto applicazioni collaborative intuitive e naturali. A seguito di questa rivoluzione, in diverse realtà produttive stanno sostituendo i robot totalmente autonomi che in passato avevano svuotato le fabbriche. La novità di questi nuovi impianti è quello che, a ciascuno dei due operatori (uomo e macchina), viene concesso di sfruttare al meglio i propri talenti e le proprie caratteristiche in una logica di sinergia e non più di sostituzione. All’uomo sono affidate le valutazioni, le scelte strategiche e le criticità; alla macchina tutta l’operatività, il controllo di routine e la gestione ordinaria. Se prima l’uomo temeva la macchina ma in fondo si sentiva ad essa superiore, adesso il robot diventerà suo collega di lavoro. Questo implicherà tuttavia una lieve percezione di equivalenza a cui l’uomo non è mai stato abituato.

Eurollari

Arrivano gli Eurollari

 

Al Forum Mondiale dell’Economia di Davos in Svizzera, si stanno tracciando gli scenari dentro i quali si muoverà il resto del mondo nel prossimo futuro. Tra gli altri è presente anche il premio Nobel per l’economia del 2006 Edmund Phelps, tra i fondatori della corrente detta dei Neo-Keynesiani. Intervistato sotto una discreta nevicata Phelps ha detto cose interessanti. Ad esempio che “i fondamentali dell’economia si possono considerare in ordine, almeno a livello mondiale. Paesi come gli USA, Il Regno Unito e la Germania hanno una economia ristrutturata, solida ed in crescita.” Fin qui solo autorevoli conferme. Poi però ha ufficializzato una tendenza che avrà conseguenze. “Questo fattore ha originato un enorme flusso di rientro di capitali in occidente”dice Phelps. Un elemento che potrebbe essere determinante per la sigla dell’ormai inarrestabile Trattato di Partenariato Transatlantico su Commercio e Investimenti, che da anni vede impegnati USA ed Europa, o per meglio dire le rispettive lobby economico finanziarie. Nel medio periodo le ricadute di questi movimenti saranno significative. Continua a leggere

Muro-di-Israele

Medioevo 2.0

Il mondo si è indignato per la costruzione del muro di contenimento eretto dall’Ungheria. Atteggiamento bizzarro se si considera lo stato dell’arte. Tanto per cominciare diciamo che dal 1989 (anno della demolizione del muro di Berlino) ad oggi, il numero dei muri è più che triplicato nell’indifferenza quasi assoluta dei mass media e della pubblica opinione. Mi viene il sospetto che dipenda da una ragione di opportunità. Molti si ricordano il discorso commovente di JKF davanti al muro quando disse con enfasi littoriana “Ich bin ein Berliner” o quando il cowboy Ronald Regan intimò alla Russia “Signor Gorbaciov, butti giù questo muro!” e la maggior parte di noi ha saputo dai telegiornali, in questi giorni, quanto l’atletico e sorridente Obama sia indispettito dal recinto magiaro. Bene allora sarebbe utile ricordare che proprio gli Stati Uniti vantano il muro di separazione tra stati più lungo del mondo (se si eccettua la grande muraglia). Stiamo parlando di 560 chilometri  che separarno l’opulenta America del Nord dal miserabile Messico. Con un minimo di nozioni di geografia politica poi, ci si rende conto come i muri abbiano avuto un evoluzione da ovest verso est e come la maggior parte di questi abbia lo scopo di rallentare le ondate musulmane. Non è una questione di islamofobia è un dato di fatto, ve li cito in ordine sparso: Il muro tra India e Pakistan, tra Uzbekistan e Kazakhistan, tra Russia e Cecenia, tra Myanmar e Bangladesh, tra Malesia e Tailanda e addirittura tra diversi quartieri di una stessa città come Ban Amr e al-Inshà at ad Homs in Siria, a Cipro tra Grecia e Turchia e ovviamente il Muro di Sharon in Palestina. Tutti muri per il contenimento islamico ma state sereni, ce ne sono decine d’altri per gli scopi razzistici e economici più diversi.
C’è il muro che divide le due Coree ed il muro che divide la Corea del Nord dalla Cina, c’è la trincea marocchina (2.700 chilometri) del Sahara occidentale che protegge il reame da infiltrazioni mauritane e algerine, c’è il muro tra Sudafrica e Mozambico, tra Emirati Arabi e Yemen, tra Botswana e Zimbawe, tra India e Bangladesh (3.200 chilometri a fine lavori)… E sapete una cosa curiosa? Anche l’Europa è piena di muri Continua a leggere

L’anima, il corpo e lo spazio

Danza
Se si provasse a chiedere alle persone qual’è la forma d’arte più seguita e praticata, probabilmente molti direbbero la musica, forse il canto. Immagino sarebbero pochi ad indovinare che invece è la danza. Talmente popolare che è diventata la voce con maggiori incassi nei teatri; ancora più dell’opera, della commedia e anche del cabaret. Questo almeno nella fascia d’età tra i 18 e i 30 anni.
Nel film “Baci Rubati” Fraçois Truffaut fa dire ad un suo personaggio “il teatro è come l’esercito: un meraviglioso anacronismo”, fortunatamente per il teatro, quando in cartellone ci sono spettacoli di danza e balletto, il tutto esaurito è quasi la normalità. Se a questo si aggiungono il numero incalcolabile di appassionati di danze latine, hip hop, ballo da sala, danza ritmica ecc. ci si rende conto quanto sia diffusa questa disciplina tanto su vettori orizzontali (strati sociali) quanto su quelli verticali (età anagrafica). Non sono solo i teatri a riempirsi per merito del ballo, ma anche i cinema che presentano ad ogni stagione almeno un film sulla danza (è stato creato addirittura un portale dedicato esclusivamente a questo genere), le palestre, gli studi televisivi con i suoi molti format come “So you think you can dance, The Dancer, Got to Dance…
Un successo che sta cambiando profondamente nella società la percezione della persona in rapporto al suo corpo. Continua a leggere

Se l’incubatore è un obitorio

Start Up

L’uomo nel corso della sua evoluzione ha sempre mostrato scarso interesse per le conseguenze delle sue azioni. Senza andare troppo indietro nel tempo, basti pensare al fatto che solo molto tempo dopo la costruzione delle centrali nucleari si è cominciato a ragionare sulla gestione delle sue scorie. In Italia ad esempio, non si è ancora trovata soluzione alle poche ma sempre potenzialmente pericolose che abbiamo prodotto decenni or sono. Ma il dato su cui sto riflettendo in questi giorni sono le conseguenze dello spropositato numero di incubatori, acceleratori e venture farm disseminati per il nostro Paese ed il resto del mondo. Statistiche rilasciate dagli stessi promotori delle iniziative certificano che solo una star up su trenta raggiunge il terzo anno di età, ovvero l’autonomia. Questo significa che, già oggi ,qualche decina di migliaia di start-up languono o sono già state liquidate. Soprattutto questo implica che qualche decina di migliaia di idee, brevetti, prototipi ritenuti inizialmente interessanti sono finiti in qualche cassetto o peggio in qualche cassonetto. Per non dire delle decine di migliaia di persone che ora necessitano di essere riqualificate (che poi è un eufemismo per dire che sono a spasso). E tralascio il conteggio degli investimenti non profittevoli impiegati in queste iniziative, lo tralascio perché come argomentazione è facilmente liquidabile passando per concetto di “rischio di impresa”. Che genere di stimoli pensate che avranno tutte queste persone, in genere giovani, qualificate e brillanti, sicuramente coraggiose e intraprendenti?.. vale a dire la nostra migliore gioventù? E siamo proprio sicuri che tutte quelle idee accantonate, quei prototipi mai industrializzati, quei test di mercato falliti siano tutti da scartare?

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Nuove professioni al balcone

Human Rights

Il tema dei diritti umani smetterà presto di essere un argomento per ONG, uscirà dalle aule magne dove se ne discute da anni, sorpasserà i campi profughi dove si dovrebbe viverli nel quotidiano e atterrerà soffice nel patinato mondo del business. Le parole chiave sono Social Responsibility e Comitato Etico. Benetton se ne è dotato la settimana scorsa e un centro interuniversitario di portata mondiale come l’EIUC sta progettato un percorso dedicato alle aziende per certificarsi in Human Rights Compliant. Con quel bollino le aziende promettono ai loro clienti che nulla nel loro processo produttivo, a partire dalle materie prime, fino ai fornitori, alle tecniche di lavorazione e distribuzione, violerà alcun diritto dell’uomo. Promessa complicata, diciamolo subito, perché la lista è lunga, impegnativa, onerosa e in diversi casi anche incompatibile con i modelli più spinti di economia e finanza. A questo potrebbe anche aggiungersi un percorso formativo (fino forse a diventare un master) dedicato ai manager e agli young leaders, per certificare la propria professionalità in tema di gestione dei diritti umani. Chiamateli se volete Human Rights Defender e il loro curriculum alla fine del corso sarà di gran lunga il più competitivo e ricercato. Prendete nota. Perché quasi non esiste azienda che non abbia (o abbia avuto nel passato) guai nella gestione delle risorse umane o implicazioni etiche dei suoi investimenti. Il consumatore, da par suo, sarà sempre più sensibile a questi argomenti e premierà le aziende più impegnate in questi ambiti. A quel punto Continua a leggere

La frana e il deficit di vigilanza

 

Panchina

Ieri il gruppo Benetton ha ufficializzato la nascita del comitato etico, un atto forse anche tardivo, che muove verso la social responsibility. Quest’ultima è ormai un mantra per le aziende, anche se forse sarebbe più corretta definirla un incubo. L’attenzione ai diritti umani, all’ambiente e all’impatto sociale delle proprie azioni non si può considerare una evoluzione aziendale, ma piuttosto una svolta subita sotto la pressione della pubblica opinione. Ed è per questa ragione che la quasi totalità delle aziende, grandi e piccole, si muove con goffaggine. Le realtà industriali internazionali da qualche tempo si sono riparate dietro lo scudo di fondazioni create ad hoc, le quali sono dotate di notevoli disponibilità finanziare. Ad osservare queste emanazioni però ci si accorge molto presto come le loro politiche siano estremamente farraginose. Anche solo comunicare con queste realtà è impresa da temerari. Le piccole e medie imprese invece pare stiano interpretando il loro ruolo di player della social responsibility come una volta interpretavano quello di sponsor del torneo di calcetto. A dirla tutta, tra le due opzioni, la seconda è quella che più si avvicina allo spirito etico del rinnovamento. Ma siamo ancora terribilmente lontani dalla logica del win-win che invece è alla base di un sano rapporto impresa-società. Il motivo di questa distorsione è in parte dovuto alla scarsa conoscenza del fenomeno da parte dei manager del marketing e in parte da un deficit di vigilanza strategica. Una recente indagine dell’istituto Day/Schoemaker ha rilevato che l’80% dei senior executive a livello globale ritiene di non avere una visione periferica sufficiente. Quello è invece lo strumento necessario per monitorare il territorio, la società. i propri processi e cercare una compatibilità tra il ritorno economico della propria azienda e quello nel contesto nel quale si opera. Un esempio di questi giorni per essere più chiari. Continua a leggere

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