Eurollari

Arrivano gli Eurollari

 

Al Forum Mondiale dell’Economia di Davos in Svizzera, si stanno tracciando gli scenari dentro i quali si muoverà il resto del mondo nel prossimo futuro. Tra gli altri è presente anche il premio Nobel per l’economia del 2006 Edmund Phelps, tra i fondatori della corrente detta dei Neo-Keynesiani. Intervistato sotto una discreta nevicata Phelps ha detto cose interessanti. Ad esempio che “i fondamentali dell’economia si possono considerare in ordine, almeno a livello mondiale. Paesi come gli USA, Il Regno Unito e la Germania hanno una economia ristrutturata, solida ed in crescita.” Fin qui solo autorevoli conferme. Poi però ha ufficializzato una tendenza che avrà conseguenze. “Questo fattore ha originato un enorme flusso di rientro di capitali in occidente”dice Phelps. Un elemento che potrebbe essere determinante per la sigla dell’ormai inarrestabile Trattato di Partenariato Transatlantico su Commercio e Investimenti, che da anni vede impegnati USA ed Europa, o per meglio dire le rispettive lobby economico finanziarie. Nel medio periodo le ricadute di questi movimenti saranno significative. Continua a leggere

Muro-di-Israele

Medioevo 2.0

Il mondo si è indignato per la costruzione del muro di contenimento eretto dall’Ungheria. Atteggiamento bizzarro se si considera lo stato dell’arte. Tanto per cominciare diciamo che dal 1989 (anno della demolizione del muro di Berlino) ad oggi, il numero dei muri è più che triplicato nell’indifferenza quasi assoluta dei mass media e della pubblica opinione. Mi viene il sospetto che dipenda da una ragione di opportunità. Molti si ricordano il discorso commovente di JKF davanti al muro quando disse con enfasi littoriana “Ich bin ein Berliner” o quando il cowboy Ronald Regan intimò alla Russia “Signor Gorbaciov, butti giù questo muro!” e la maggior parte di noi ha saputo dai telegiornali, in questi giorni, quanto l’atletico e sorridente Obama sia indispettito dal recinto magiaro. Bene allora sarebbe utile ricordare che proprio gli Stati Uniti vantano il muro di separazione tra stati più lungo del mondo (se si eccettua la grande muraglia). Stiamo parlando di 560 chilometri  che separarno l’opulenta America del Nord dal miserabile Messico. Con un minimo di nozioni di geografia politica poi, ci si rende conto come i muri abbiano avuto un evoluzione da ovest verso est e come la maggior parte di questi abbia lo scopo di rallentare le ondate musulmane. Non è una questione di islamofobia è un dato di fatto, ve li cito in ordine sparso: Il muro tra India e Pakistan, tra Uzbekistan e Kazakhistan, tra Russia e Cecenia, tra Myanmar e Bangladesh, tra Malesia e Tailanda e addirittura tra diversi quartieri di una stessa città come Ban Amr e al-Inshà at ad Homs in Siria, a Cipro tra Grecia e Turchia e ovviamente il Muro di Sharon in Palestina. Tutti muri per il contenimento islamico ma state sereni, ce ne sono decine d’altri per gli scopi razzistici e economici più diversi.
C’è il muro che divide le due Coree ed il muro che divide la Corea del Nord dalla Cina, c’è la trincea marocchina (2.700 chilometri) del Sahara occidentale che protegge il reame da infiltrazioni mauritane e algerine, c’è il muro tra Sudafrica e Mozambico, tra Emirati Arabi e Yemen, tra Botswana e Zimbawe, tra India e Bangladesh (3.200 chilometri a fine lavori)… E sapete una cosa curiosa? Anche l’Europa è piena di muri Continua a leggere

L’anima, il corpo e lo spazio

Danza
Se si provasse a chiedere alle persone qual’è la forma d’arte più seguita e praticata, probabilmente molti direbbero la musica, forse il canto. Immagino sarebbero pochi ad indovinare che invece è la danza. Talmente popolare che è diventata la voce con maggiori incassi nei teatri; ancora più dell’opera, della commedia e anche del cabaret. Questo almeno nella fascia d’età tra i 18 e i 30 anni.
Nel film “Baci Rubati” Fraçois Truffaut fa dire ad un suo personaggio “il teatro è come l’esercito: un meraviglioso anacronismo”, fortunatamente per il teatro, quando in cartellone ci sono spettacoli di danza e balletto, il tutto esaurito è quasi la normalità. Se a questo si aggiungono il numero incalcolabile di appassionati di danze latine, hip hop, ballo da sala, danza ritmica ecc. ci si rende conto quanto sia diffusa questa disciplina tanto su vettori orizzontali (strati sociali) quanto su quelli verticali (età anagrafica). Non sono solo i teatri a riempirsi per merito del ballo, ma anche i cinema che presentano ad ogni stagione almeno un film sulla danza (è stato creato addirittura un portale dedicato esclusivamente a questo genere), le palestre, gli studi televisivi con i suoi molti format come “So you think you can dance, The Dancer, Got to Dance…
Un successo che sta cambiando profondamente nella società la percezione della persona in rapporto al suo corpo. Continua a leggere

Se l’incubatore è un obitorio

Start Up

L’uomo nel corso della sua evoluzione ha sempre mostrato scarso interesse per le conseguenze delle sue azioni. Senza andare troppo indietro nel tempo, basti pensare al fatto che solo molto tempo dopo la costruzione delle centrali nucleari si è cominciato a ragionare sulla gestione delle sue scorie. In Italia ad esempio, non si è ancora trovata soluzione alle poche ma sempre potenzialmente pericolose che abbiamo prodotto decenni or sono. Ma il dato su cui sto riflettendo in questi giorni sono le conseguenze dello spropositato numero di incubatori, acceleratori e venture farm disseminati per il nostro Paese ed il resto del mondo. Statistiche rilasciate dagli stessi promotori delle iniziative certificano che solo una star up su trenta raggiunge il terzo anno di età, ovvero l’autonomia. Questo significa che, già oggi ,qualche decina di migliaia di start-up languono o sono già state liquidate. Soprattutto questo implica che qualche decina di migliaia di idee, brevetti, prototipi ritenuti inizialmente interessanti sono finiti in qualche cassetto o peggio in qualche cassonetto. Per non dire delle decine di migliaia di persone che ora necessitano di essere riqualificate (che poi è un eufemismo per dire che sono a spasso). E tralascio il conteggio degli investimenti non profittevoli impiegati in queste iniziative, lo tralascio perché come argomentazione è facilmente liquidabile passando per concetto di “rischio di impresa”. Che genere di stimoli pensate che avranno tutte queste persone, in genere giovani, qualificate e brillanti, sicuramente coraggiose e intraprendenti?.. vale a dire la nostra migliore gioventù? E siamo proprio sicuri che tutte quelle idee accantonate, quei prototipi mai industrializzati, quei test di mercato falliti siano tutti da scartare?

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Nuove professioni al balcone

Human Rights

Il tema dei diritti umani smetterà presto di essere un argomento per ONG, uscirà dalle aule magne dove se ne discute da anni, sorpasserà i campi profughi dove si dovrebbe viverli nel quotidiano e atterrerà soffice nel patinato mondo del business. Le parole chiave sono Social Responsibility e Comitato Etico. Benetton se ne è dotato la settimana scorsa e un centro interuniversitario di portata mondiale come l’EIUC sta progettato un percorso dedicato alle aziende per certificarsi in Human Rights Compliant. Con quel bollino le aziende promettono ai loro clienti che nulla nel loro processo produttivo, a partire dalle materie prime, fino ai fornitori, alle tecniche di lavorazione e distribuzione, violerà alcun diritto dell’uomo. Promessa complicata, diciamolo subito, perché la lista è lunga, impegnativa, onerosa e in diversi casi anche incompatibile con i modelli più spinti di economia e finanza. A questo potrebbe anche aggiungersi un percorso formativo (fino forse a diventare un master) dedicato ai manager e agli young leaders, per certificare la propria professionalità in tema di gestione dei diritti umani. Chiamateli se volete Human Rights Defender e il loro curriculum alla fine del corso sarà di gran lunga il più competitivo e ricercato. Prendete nota. Perché quasi non esiste azienda che non abbia (o abbia avuto nel passato) guai nella gestione delle risorse umane o implicazioni etiche dei suoi investimenti. Il consumatore, da par suo, sarà sempre più sensibile a questi argomenti e premierà le aziende più impegnate in questi ambiti. A quel punto Continua a leggere

La frana e il deficit di vigilanza

 

Panchina

Ieri il gruppo Benetton ha ufficializzato la nascita del comitato etico, un atto forse anche tardivo, che muove verso la social responsibility. Quest’ultima è ormai un mantra per le aziende, anche se forse sarebbe più corretta definirla un incubo. L’attenzione ai diritti umani, all’ambiente e all’impatto sociale delle proprie azioni non si può considerare una evoluzione aziendale, ma piuttosto una svolta subita sotto la pressione della pubblica opinione. Ed è per questa ragione che la quasi totalità delle aziende, grandi e piccole, si muove con goffaggine. Le realtà industriali internazionali da qualche tempo si sono riparate dietro lo scudo di fondazioni create ad hoc, le quali sono dotate di notevoli disponibilità finanziare. Ad osservare queste emanazioni però ci si accorge molto presto come le loro politiche siano estremamente farraginose. Anche solo comunicare con queste realtà è impresa da temerari. Le piccole e medie imprese invece pare stiano interpretando il loro ruolo di player della social responsibility come una volta interpretavano quello di sponsor del torneo di calcetto. A dirla tutta, tra le due opzioni, la seconda è quella che più si avvicina allo spirito etico del rinnovamento. Ma siamo ancora terribilmente lontani dalla logica del win-win che invece è alla base di un sano rapporto impresa-società. Il motivo di questa distorsione è in parte dovuto alla scarsa conoscenza del fenomeno da parte dei manager del marketing e in parte da un deficit di vigilanza strategica. Una recente indagine dell’istituto Day/Schoemaker ha rilevato che l’80% dei senior executive a livello globale ritiene di non avere una visione periferica sufficiente. Quello è invece lo strumento necessario per monitorare il territorio, la società. i propri processi e cercare una compatibilità tra il ritorno economico della propria azienda e quello nel contesto nel quale si opera. Un esempio di questi giorni per essere più chiari. Continua a leggere

E’ l’anno dell’Impact Investing

Impact Investing

La social responsibility ha fatto un salto di qualità. Certamente si può parlare di evoluzione fisiologica e di una sensibilità crescente degli operatori economici, stupisce però la velocità con la quale si è imposta: meno di un anno. L’impact investing, in sostanza, è uno strumento che misura non solo i profitti economici e finanziari generati dall’impiego delle risorse, ma anche i benefici (o eventualmente i danni arrecati) alla società e all’ambiente, sia nel breve che nel medio lungo periodo. Inutile dire che questa innovazione è riconducibile ad una reazione ai teoremi della finanza creativa. Gli stessi che hanno condotto alla crisi ancora in atto in diversi Paesi tra cui l’Italia. Dal 2014 ad adottare l’impact investing non sono più solo le attività del settore pubblico e del non-profit (che già teorizzavano questo protocollo da tempo), ma diverse aziende di medio grande dimensione, attente a riposizionare il marchio o a fidelizzare la parte di clientela sensibile alla tutela sociale e ambientale. Un segmento quest’ultimo strategico, perché in genere caratterizzato da comportamenti d’acquisto proattivi e pioneristici. Quello che ci si dovrà aspettare d’ora in poi sono quindi Continua a leggere

Esxence 2015. La Nicchia senza il Lusso O qualcosa del genere

Esxence

Più ancora che cercare segnali deboli è importante cercare persone interessanti, autonome intellettualmente e aggiornate con cui confrontarsi. Ho conosciuto Francesca Merlo e le ho fatto qualche domanda a proposito di una sua ricognizione a Esxence 2015, l’esposizione del profumo di nicchia. Francesca, parallelamente a un dottorato in storia della filosofia medievale, ha iniziato ad approntare un sito che parlasse di beauty un po’ per passatempo, un po’ per esercizio personale nello scrivere in inglese. Poi la cosa le è sfuggita di mano e ha cominciato a scrivere anche di altre cose.  Così si è inventata il progetto Paradigmi dove mescola la storia e la filosofia con il mondo del terziario nel quale è immersa avendo relazioni con le agenzie.  Detto questo ecco le domande e le risposte:

Prima di concentrarci sulle essenze e sui profumi, vorrei ragionare sul contesto. Hai notato tra tutti gli stand degli espositori un filo conduttore comune nel modo di presentare il prodotto?

Dal momento che stiamo parlando di profumeria di nicchia, la tendenza maggiore era abbandonarsi all’estro del “naso” (termine tecnico con il quale si indica l’artista che concepisce il profumo), quindi alcune aziende erano chiuse nel rigore formale della tradizione; in altri casi avevamo gioviali artisti che raccontavano le loro avventure e le ispirazioni per le loro essenze. Dal punto di vista tecnologico ho notato alcuni proiettori olografici che adornavano le boccette di fulmini e fasci luminosi. I flaconi dei profumi, con tutti i riflessi sfaccettati sul vetro, avevano un design particolarmente ricco e ricercato.

Sappiamo bene quanto determinante sia il packaging per questa merceologia e quale livello di sofisticazione possa raggiungere lo studio del suo design. Quali sono le scelte che hai trovato più interessanti?

Gli espositori erano un mare magnum di linee variegate: si andava dal classico flacone dal gusto retrò ricco di dettagli preziosi, fino ad arrivare a cuori pulsanti, nel senso di boccette modellate proprio sulla forma del cuore umano. Si tratta di vere e proprie opere artistiche interessanti, chiamarle semplicemente “packaging” è un po’ riduttivo. Molte di queste erano veri e propri capolavori: per esempio, Angela Ciampagna adorna le sue essenze con rosoni medievali; Onyrico opta per un design essenziale con una ricercatezza estrema nell’abbinare il materiale alla figura storica a cui è dedicato il profumo; Bond No. 9 invece è molto orgoglioso della New York che vuole descrivere in tutti i mille colori che accompagnano ogni decade della città; Rouge Bunny Rouge strizza l’occhio al design moderno, raccontato fra futuro remoto e contemporaneità particolare. Anche l’apparente semplicità di Philab nasconde meraviglie ricercabili nella sezione aurea.

Ti sei fatta un’idea di come si declinino i profumi, le fragranze e le essenze di questi tempi? Continua a leggere

La guerra dei sorrisi… e non c’è niente da ridere

La guerra dei sorrisi

Qualche giorno fa Jack Ma, il fondatore di Alibaba (che per chi no la conoscesse ha un giro d’affari superiore a quello di e-bay e Amazon messi insieme…ma quasi tutto in Cina) ha presentato Smile to Pay, un sistema di pagamento che sfrutta la tecnologia del riconoscimento facciale. E’ successo ad Hannover, durante il Cebit, una mostra dell’information technology tra le più importanti ed è bene sapere che questo è solo l’ennesimo capitolo di un’accesa gara alla profilazione individuale. Forse non è nemmeno la tappa più inquietante, se si pensa che, qualche settimana prima, un’azienda svedese dell’high tech (Epicenter) aveva deciso di innestare sotto pelle ai propri dipendenti un chip Rfid. Quel piccolo dispositivo, inserito tra il pollice e l’indice, permette adesso al personale di registrarsi in ingresso e uscita, stampare fotocopie, utilizzare l’ascensore e pagarsi il caffè. Appena qualche anno fa in Italia si è combattuto una battaglia giuridica, civile e sociale legata alla schedatura attraverso le impronte digitali degli immigrati, finita con un nulla di fatto per motivazioni di tutela della persona e della privacy. Ora invece, chiunque può essere tracciato dalle ubique telecamere sotto le quali viviamo la nostra esistenza e la reazione per molti è quella di un sorriso. Per molti, ma non per tutti! Perché qualcuno che resiste e combatte per quello in cui crede c’è e questo qualcuno si è inventato gli antiglasses. Continua a leggere

Si fa Strada il Design di Strada

 

Street Capture 2

Sei mesi fa è balzato (giustamente) agli onori della cronaca internazionale un applicazione israeliana di nome Street Capture Project. Quello che fa è semplice e come tutte le cose semplici, nasconde genialità e innovazione. Sostanzialmente cattura i graffiti e le pubblicità sui muri, per poi trasformarle in oggetti di design e di arredo. Un’idea che, nemmeno a dirlo, ha trovato riscontro rapido nel mercato, perché è uno di quei rari casi nei quali un segnale debole arriva a maturazione completa prima che qualcuno riesca ad intercettarlo. I valori che esprime questo progetto sono multipli ed è forse questo che potrebbe aver spiazzato i cool hunter. Oppure proprio il suo ardire di contrastare una delle arti più fruite del secolo (il design) era parso ai più troppo temerario. Invece Street Capture ha sfruttato una tecnologia da tempo disponibile per sdoganare e far assurgere al ruolo di arte formale una delle espressioni fisiologicamente meno convenzionali, il graffito e la pubblicità appunto. Quella forma di comunicazione Continua a leggere

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