La generazione che sta prendendo corpo in questi anni viene definita dai sociologi Millenial, perché racchiude i nati dal 1981 al 2.000 e, come è giusto, sono antitetici a quanti li hanno preceduti.
I Baby Boomer erano (qualcuno forse lo è ancora) edonisti, rampanti, avidi, stacanovisti, ambiziosi, inclini al lusso e alle speculazioni, affascinati dalla moda e dal lusso, affamati di novità, metropolitani e naturalmente consumisti. Si spiegano così, tra gli altri, i fenomeni della crescita a dismisura del valore intrinseco dei marchi e il grande potere acquisito dalla finanza ai discapito dell’economia reale. Il punto di vista e la sensibilità dei Millennial invece li porta a considerare il lavoro (quando se ne trova uno) come un’esperienza al massimo triennale, capace di arricchire di valori e di esperienza, più che di guadagni economici. Più vicina ad una passione professionale che ad un lavoro quindi, più un mezzo per la manifestazione della propria personalità che una strategia di sopravvivenza. La carriera poi è un obiettivo quasi del tutto assente nella nuova generazione, tanto che la maggioranza degli studenti di Ivy League (Stanford, Harvard, Yale ecc.) definisce assurdo il progetto di quei ragazzi (il 25% di loro) che hanno scelto di intraprendere una carriera nel mondo della finanza. A conferma di questo, in una recente indagine per un suo libro, Adam Poswlosky ha notato che nemmeno un giovane tra quelli da lui interpellati ha indicato tra i suoi desideri quello di raggiungere posizioni di potere. Perché quello che interessa i Millenial sono altre cose; ad esempio insegnare, contribuire al circuito dell’economia sostenibile, proteggere le fasce deboli e svantaggiate della popolazione e ricevere come bonus non auto o telefonini, ma tempo libero! Questi sono ragazzi poco deferenti davanti a titoli di studio altisonanti, a VIP o ad eventi di grande impatto mediatico. Molto attenti invece al volontariato, l’artigianato, il mondo dell’agricoltura (se veda il fenomeno dei “nuovi contadini”) ed al lavoro in laboratorio, preferibilmente sotto casa, con pochi e fidati amici che sognano il “capitalismo gentile”. Saranno loro tra qualche tempo a proporre al mercato la nuova generazione di prodotti e servizi. Sempre loro, già adesso, costituiscono una domanda di mercato piuttosto definita che però fatica a trovare soddisfazione.

LINKOGRAFIA
I Baby Boomer
L’inchiesta di Repubblica si nuovi contadini
Il capitalismo gentile di Jeffrey Sachs