Uno studio del Center for Community and Ethnic Media ha rilevato che tra i tre e quattro milioni e mezzo di newyorkesi leggono giornali “etnici”, ovvero nella loro lingua madre. Di conseguenza, molte delle storie più avvincenti di New York provengono da pubblicazioni non inglesi.

Inizia così un articolo pubblicato sul Colombia Journalism Review, che è forse la pubblicazione più intrigante che io conosca. Anche se potrà sembrare paradossale, esiste un giornale per i giornalisti. Del resto esistono riviste per tutto, da quella per i manutentori di caldaie, fino agli allevatori di lombrichi. Dunque non c’è ragione che non esista quella per giornalisti. E il Colombia Journalism Review è proprio questo. La bizzarra situazione di New York raccontata dalla giornalista Savannah Jacobson però, non è tipica solo di New York ma comune a tutte le grandi metropoli europee e asiatiche e anche a molte piccole e piccolissime città europee tra cui quelle italiane. Forse con l’unica variante, rispetto alla grande mela, che da noi non esistono giornali in lingue esotiche, ma le notizie circolano sottotraccia tra le diverse comunità, che comunque sono sempre aggiornate su tutto. A New York nello stesso giorno puoi leggere in cinese di truffatori che depredano donne anziane dei risparmi di una vita, in spagnolo vieni a sapere di una nuova banda (la MS-13) che nella periferia di Long Island si dedica ai furti e alla violenza nei piccoli negozi e in francese di un brutale omicidio di un uomo originario del Burkina Faso nel cuore del Bronx. A causa della barriera linguistica, queste storie spesso non hanno un grande impatto nei media mainstream e più in generale la città e le genti “inglesi” non recepiscono queste dinamiche della “loro città”. Lo stesso studio ha anche stimato che circa il 55% delle notizie e degli episodi riportati nella stampa etnica sono contenuti originali e di notevole rilievo. La città quindi, perde consapevolezza di più di metà della sua vita metropolitana. Questa inconsapevolezza oltre ad essere una carenza culturale e antropologica è all’origine di diversi problemi anche di carattere amministrativo, sanitario, di sicurezza, di politica sociale ecc. Il fenomeno è tuttavia ancora più grande nelle città e cittadine europee dove le tante etnie residenti nemmeno formalizzano queste informazioni rimarchevoli in giornali e riviste, creando una cesura reale che avvia una spirale di incomprensioni, diffidenze e scontri. Pare quindi che nel secondo decennio del ventunesimo secolo il giornale (cartaceo) stia diventando un potente mezzo di condivisione, accoglienza e consapevolezza, soprattutto se questo saprà essere condiviso. Magari riprendendo il progetto “Voci di New York” nato presso la Craig Newmark Graduate School of Journalism’s Center for Community and Ethnic Media (CCEM) che ha la missione di comprendere tutti gli sbocchi etnici e comunitari di New York City. Si profila quindi una nuova professionalità che non è più quella del mediatore culturale ma del cacciatore di notizie etniche. Diventa strategico favorire la nascita di strumenti di informazione e dialogo per le diverse etnie e di coordinare la condivisione delle informazioni di interesse collettivo. L’esperienza di New York insegna che con questa strategia si abbassa la soglia di conflitto sociale, si migliora la sicurezza delle città e più ancora la qualità della vita di tutti gli abitanti. Ancora una volta, se non bastasse è bene ribadirlo, la comunicazione è l’arma di pace più potente di cui dispone l’uomo.