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Anche se il termine “robot” nasce solo negli anni ’20 del secolo corso, l’uomo in realtà è ossessionato dalle macchine già dal ‘700. La ricerca di un sostituto mai stanco, sempre infallibile e facilmente governabile è un obiettivo che tante volte l’uomo ha creduto di raggiungere. Invece ogni volta la faccenda si è complicata. Di recente gli ostacoli allo sviluppo di robot antropomorfi e agli algoritmi che ormai governano la nostra vita hanno trovato ostacoli di ordine etico, morale, filosofico e addirittura telologico. Un automa a forma di donna (o uomo) con la funzione di sostituire un compagno che non si trova (o che ci ha lasciato o peggio ancora che è deceduto) fa ritenere ai sociologi che possa compromettere seriamente le relazioni sociali sia personali sia della comunità (quando il fenomeno dovesse diffondersi come è probabile), oltre a pregiudicare la percezione di sé stessi e della propria identità. Gli algoritimi che governano il mondo invece, sono addirittura uno dei temi più dibattuti negli ambienti culturali e filosofici. A questo link ad esempio, potete trovare i 10 algoritmi che secondo molti governano il mondo, poi sappiate che dietro a questa lista ce ne sono altre decine di migliaia. Le frizioni nel rapporto tra l’uomo ed il sempre più performante robot non finiscono però qui. I recenti modelli autoreplicanti o in grado di produrre da soli altre macchine pongono all’essere umano la più grande sfida mai raccolta sino ad ora. Questa generazione di computer è nata per viaggiare nello spazio a tempo indeterminato, essendo in grado di autoripararsi e di riparare anche gli altri macchinari danneggiati. Una potenzialità che ha fatto sobbalzare molti teorici e filosofi. John Von Neumann ha addirittura lavorato ad un “costruttore universale”, una macchina replicante che opererebbe in un ambiente di automi cellulari con imprevedibili conseguenze sull’intero sistema di vita. Tra le ipotesi accreditate dai teorici vi è quella che le macchine, una volta acquisito un certo livello di intelligenza artificiale e una completa autonomia di riproducibilità (entrambi risultati praticamente raggiunti), comincerebbero a considerare l’uomo come inutile prima e come minaccia poi. In questo scenario apocalittico ci sono tuttavia anche buone notizie. Si perché se è vero che la società ed il mercato riconoscono le potenzialità della robotica nel suo complesso, allo stesso tempo registrano molti dubbi sulle condizioni di sicurezza, responsabilità, procedure di progettazione e in generale sugli effettivi impatti sulla vita e sulla produzione. Da tutte queste considerazioni nasce un nuovo paradigma per regolare i rapporti uomo/macchina che viene definito con il generico termine di “collaborazione”. La più recente generazione di robot sono quindi detti “collaborativi” e propongono vantaggi come il comfort di utilizzo, un’aumentata percezione della sicurezza, delle impostazioni più orientate all’ergonomia e soprattutto applicazioni collaborative intuitive e naturali. A seguito di questa rivoluzione, in diverse realtà produttive stanno sostituendo i robot totalmente autonomi che in passato avevano svuotato le fabbriche. La novità di questi nuovi impianti è quello che, a ciascuno dei due operatori (uomo e macchina), viene concesso di sfruttare al meglio i propri talenti e le proprie caratteristiche in una logica di sinergia e non più di sostituzione. All’uomo sono affidate le valutazioni, le scelte strategiche e le criticità; alla macchina tutta l’operatività, il controllo di routine e la gestione ordinaria. Se prima l’uomo temeva la macchina ma in fondo si sentiva ad essa superiore, adesso il robot diventerà suo collega di lavoro. Questo implicherà tuttavia una lieve percezione di equivalenza a cui l’uomo non è mai stato abituato.