In un documento firmato nel dicembre 2020, il presidente incaricato tira le orecchie ai politici e ai grandi colossi industriali e si pone, a sorpresa, in difesa delle piccole e medie imprese. La relazione denominata Reviving and Restructuring the Corporate Sector Post-Covid, designing public policy interventions è stata pubblicata dal Gruppo dei 30 di cui Draghi è il Co-Presidente assieme all’economista indiano Raghuram Rajan (ex governatore della Banca Centrale Indiana e attuale docente di Finanza presso la Booth School of Business dell’Università di Chicago) Il Gruppo dei Trenta è un’organizzazione globale fondata nel 1978 con i soldi della Fondazione Rockfeller, che riunisce leader economici e finanziari del settore pubblico e privato, del mondo accademico e a questo punto sarà necessario aggiungere alla lista anche i leader politici. Il suo scopo è quello di approfondire la comprensione delle questioni economiche e finanziarie globali e di esplorare le ripercussioni internazionali delle decisioni prese nei settori pubblico e privato. Il think-tank lancia regolarmente gruppi di studio per analizzare argomenti di particolare importanza per banche centrali, autorità di vigilanza, società finanziarie e partecipanti ai mercati finanziari globali ed è proprio da una di queste iniziative che scaturisce il documento che Draghi ha presentato a dicembre alla stampa internazionale (tra gli invitati anche il Corriere della Sera n.d.r.).

Nella relazione conclusiva dei lavori è data particolare importanza al ruolo delle PMI nell’economia globale. Punti di forza e fragilità sono tracciati con fredda pragmaticità e credo valga la pena riportare il testo integrale del documento (anche perché è piuttosto breve)
“In alcuni Paesi, le grandi aziende sono ascoltate molto di più dai responsabili politici perché i loro successi o fallimenti possono aumentare la visibilità pubblica e politica dei partiti che le sostengono. Tuttavia, ci sono buone ragioni affinché i politici prestino maggiore attenzione al destino delle PMI, per le quali gli interventi potrebbero dover essere progettati in modo molto diverso da quelli per le aziende più grandi. Le PMI sono importanti per molte ragioni, non ultimo il loro contributo all’occupazione e la loro distribuzione geografica molto diversa da quella delle grandi aziende. Le PMI danno un contributo significativo all’occupazione totale in tutto il mondo. Negli Stati Uniti, per esempio, le aziende con meno di 500 dipendenti hanno contribuito per il 47% della forza lavoro privata nel 2016. Dove c’è il rischio che le PMI falliscano, i politici devono considerare se e perché fornire supporto piuttosto che dipendere semplicemente dalle reti di sicurezza sociale per mitigare le conseguenze del fallimento. I seguenti costi economici e sociali possono persuadere i politici a sostenere le PMI:

 – Le PMI possono essere sottoposte a una pressione maggiore rispetto alle imprese più grandi, dato che hanno meno opzioni di finanziamento a disposizione, dipendono in gran parte dalla relazione con la propria filiale bancaria e su molti prestiti gravano le garanzie personali.

– La distribuzione geografica delle PMI differisce da quella delle grandi imprese, quindi gli effetti sociali della disoccupazione risultante dal loro fallimento può essere più diffusa nelle comunità con limitate opzioni occupazionali e alternative limitate.

– La conservazione delle piccole imprese è auspicabile in quei settori dove limita la quota di mercato di un piccolo numero di aziende più grandi, con effetti benefici sulla concorrenza.

– Nei paesi in via di sviluppo, il fallimento delle PMI può fermare lo sviluppo dell’economia formale eaumentare la dimensione dell’economia informale (lavoro nero ed evasione fiscale n.d.r.), vista da alcuni come un ostacolo allo sviluppo economico.

– Le conseguenze dei fallimenti sono maggiori per le PMI che per le imprese più grandi.

– Molte piccole imprese possono detenere un significativo ancorché intangibile valore relazionale, anche se è probabile che questo vari sostanzialmente da azienda ad azienda.  Tuttavia, dove questo è relativamente limitato e dove esistono reti di sicurezza sociale e sostegno, il fallimento può essere un risultato economicamente razionale (nonostante i possibili costi sociali descritti sopra). Sempre che questo porti a sviluppare nuove imprese una volta che la crisi sia passata.

Uscendo dalla dimensione della PMI e concentrandosi sul futuro dell’economia globale, lo studio elenca tre principi fondamentali e dieci attività da mettere in pratica per ricostruire il tessuto economico sconvolto dalla pandemia di Covid.

Principi fondamentali

  1. Concentrarsi sulla salute a lungo termine delle aziende. La durata della pandemia ci costringe a concentrarci su questioni strutturali e di solvibilità, piuttosto che focalizzarsi sulla liquidità delle stesse, come fatto sino ad ora.
  2. Concentrarsi sull’uso più produttivo delle risorse (è vitale in questa fase che la politica sia orientata a lavorare per favorire una forte ripresa economica). Questa è anche un’opportunità per approfittare delle capacità del settore privato, al fine di sfruttare le sue competenze per valutare la vitalità delle imprese. Questo significa anche che la scelta di strategie volte a raggiungere altri obiettivi sociali, come l’ecologizzazione dell’economia o la digitalizzazione, dovrebbe basarsi sulla sinergia pubblico-privato. Infine, la progettazione di qualsiasi schema per sostenere il settore delle imprese dovrebbe contenere dei rimedi al rischio di selezione avversa (congenito nel nostro paese n.d.r.) con gli attori più deboli che cercano di trarre grande vantaggio da tali sostegni.
  3. Concentrarsi sulla prevenzione dei danni collaterali. Il principale esempio in questo caso è evitare conseguenze non volute per la stabilità finanziaria, compresa la conservazione della capacità del sistema finanziario di sostenere i prestiti rivolti alla ripresa.

 Crediamo che i responsabili politici debbano fare affidamento su una serie di dieci principi fondamentali per aiutare a mettere in pratica queste indicazioni.

  1. Agire urgentemente per affrontare la crescente crisi di solvibilità aziendale
  2. Ottimizzare l’uso delle risorse e aiutare le economie ad emergere più in forma e più forti
  3. Adattarsi alle nuove realtà aziendali, piuttosto che cercare di preservare lo status quo
  4. Le forze del mercato dovrebbero generalmente essere lasciate operare, ma i governi dovrebbero intervenire per affrontare i fallimenti del mercato che creano sostanziali costi sociali
  5. L’esperienza del settore privato dovrebbe essere sfruttata per ottimizzare l’allocazione delle risorse, dove possibile
  6. Bilanciare attentamente la combinazione di più ampi obiettivi nazionali con misure di sostegno alle imprese
  7. Minimizzare il rischio per i contribuenti, assicurando allo stesso tempo che le parti interessate condividano perdite e non ricevano benefici ingiustificati
  8. Essere consapevoli dei problemi di rischio morale senza minare gli obiettivi fondamentali
  9. Ottenere la giusta tempistica per la messa in scena e la longevità degli interventi
  10. Anticipare le potenziali ricadute sul settore finanziario per preservare la sua forza e permettergli di contribuire guidare la ripresa

Tutto questo assume ancora più rilevanza se si considera che ruolo di Draghi nel panorama politico finanziario internazionale è ormai da anni così determinante e influente che già in passato è stato oggetto di critiche da parte delle istituzioni. Quattro anni fa il Mediatore europeo Emily O’Reilly chiese ufficialmente all’allora presidente della BCE di sospendere la sua partecipazione al Gruppo dei 30, perché quel suo ruolo stava compromettendo l’indipendenza dalla politica monetaria europea. Nel corso dell’indagine durata un anno che portò O’Reilly a definire incompatibili le due cariche di Draghi emersero aspetti preoccupanti circa l’organizzazione con a capo i Rockfeller. “I membri di questo club esclusivo sono scelti da un consiglio di amministrazione anonimo” aveva rivelato, per poi continuare con accuse ancora più pesanti: “Solo l’identità del suo presidente, Jacob A Frenkel  (a capo di JPMorgan Chase International n.d.r.) è stata resa pubblica. Tra i membri vi sarebbero anche rappresentanti di banche vigilate, direttamente o indirettamente, dalla Bce. Il G30 è stato accusato da più parti di non essere un semplice club dove si discute di economia e finanza, ma di costituire una sorta di lobby sovranazionale che prende decisioni sui mercati e la finanza globale nel massimo riserbo e lontano dal controllo democratico dei governi e delle autorità pubbliche internazionali.” La sua relazione terminava poi con un suggerimento e un monito:” La BCE può naturalmente interagire con il G30, come fa con qualsiasi altro stakeholder, al fine di migliorare la definizione delle politiche ascoltando un’ampia gamma di punti di vista. Tuttavia, queste interazioni dovrebbero essere il più trasparenti possibile e non basate sull’appartenenza. Pertanto, eventuali incontri tra Bce e G30 dovranno in futuro essere resi pubblici, compresi i contenuti delle discussioni.”

E utile sapere che Draghi non ha mai fatto arrivare alcuna replica a Emily O’Reilly, il Mediatore Europeo che l’ha ufficialmente accusato e che era, all’epoca dei fatti, la massima autorità creata dall’Ue per tutelare i diritti dei cittadini e indagare su casi di cattiva amministrazione.