Pochi giorni fa è stata brevettata un nuovo tipo di batteria al vetro che offre prestazioni sensazionali. Impiegata su un’auto, le darà un’autonomia di 1.600 chilometri, con una carica di soli 60 secondi. E questi non sono nemmeno gli unici vantaggi. Anzi.

Ad inventarla è stato John Goodenough, un fisico statunitense di 98 anni che è lo stesso uomo ad aver progettato la batteria agli ioni di litio. La batteria al vetro triplica la capacità di accumulo delle batterie attualmente in uso, senza però quelle dispersioni che talvolta ne provocano l’esplosione. Soprattutto consente migliaia di cicli di ricarica in più di quanto sia possibile oggi. Non bastasse questo, il suo intervallo termico di funzionamento è decisamente più ampio: tra i -20° e i + 60° e per ricaricarla potrà bastare un comune powerbank portatile, anche se si sta già pensando a ricariche wireless. In entrambi i casi, verrebbero quindi eliminati anche tutti i tempi di sosta per la ricarica (che comunque sarebbero di un solo minuto).
Fin qui tutto bene, se però di allarga l’orizzonte su questo tema, la situazione appare più sfuggente.
In primo luogo vi è da dire che per ottenere il brevetto John Goodenough ha dovuto attendere tre anni. Il prototipo funzionante infatti è stato presentato nel 2017 ma, in modo del tutto inusuale, la richiesta di brevetto è stata avanzata solo nel 2019 e, oltretutto, per ottenerla ci sono voluti quasi due anni. Una tempistica che non troverebbe spiegazioni se non la sincronizzasse con altri significativi (per non dire epocali) eventi di questo triennio.

Il primo elemento che si incastra in questa complicata storia è Greta Thunberg.
Nell’agosto del 2018, una sconosciuta ragazzina svedese affetta da un “pervasivo disturbo dello sviluppo” denominato Sindrome di Asperger (il virgolettato è la definizione medica) decide di non frequentare più la scuola e di sedersi davanti alla sede del parlamento del suo paese per protestare contro il cambiamento climatico. L’eco di questo suo gesto è stato immediato e planetario. Da allora e per un paio di anni, la ragazzina ha prima presidiato la sede del parlamento europeo ogni venerdì e poi visitato tutti i paesi occidentali, con strascico di giornalisti internazionali al seguito, per poi culminare la sua carriera con il noto discorso all’ONU.
Dopo un paio di anni di martellamento mediatico asfissiante, una parte della pubblica opinione comincia a farsi alcune domande quanto meno lecite. La prima di queste è chi (o cosa) finanzi i viaggi frequenti e costosi della ragazzina, la seconda è come mai questo suo gesto ha avuto così tanto interesse da parte del mainstream, quando non è stata ne originale nel metodo (prima di lei la stessa cosa era stata fatta dalla dodicenne Severn Cullis-Suzuki all’Earth Summit di Rio nel 1997, mentre Felix Finkbeiner nel 2007 anche lui dodicenne, presentò il suo progetto molto concreto di ripopolare di alberi il pianeta e che ad oggi ne ha visto piantare addirittura 13 miliardi…)  ne innovativo nei contenuti (anche a detta dei suoi sostenitori, le sue critiche, le sue argomentazioni e le informazioni che rilascia sono risapute e poco costruttive).

Per questo e per altre ragioni a noi ignote (a cui ha contribuito forse anche l’emergenza Covid), questo personaggio si è eclissato, non prima di aver però pubblicato un libro dai contenuti imbarazzanti, scritto da un ufficio stampa e configurabile come una vuota apologia mitopoietica.

Nemmeno il tempo di sbarazzarsi della naziecologista che a Davos, nel gennaio del 2020 e con un tempismo che diplomaticamente definirò sospetto, accade l’impensabile.Nella cinquantesima edizione del World Economic Forum, la casa dei potenti manovratori dell’economia e della politica mondiale, il nemico giurato di Greta, si decide la svolta ecologista.
Convertire un’economia basata sull’energia da combustibili fossili con un’economia basata sull’energia elettrica e le fonti rinnovabili. Questa è stata la parola d’ordine a Davos, dove per altro farà la sua ultima apparizione pubblica proprio Greta, che ormai è diventata la Pizia del XXI secolo.

In realtà agli ecologisti seri è apparso subito chiaro che si trattasse del più spudorato dei greenwhasing della storia e con essa anche la figura della svedesina immacolata ne è uscita malconcia. Da quel momento in poi, tuttavia, l’Unione Europea vara il più grande progetto di riconversione mai realizzato dalla sua nascita, in pieno ossequio ai suoi potenti manovratori che da Davos hanno impartito gli ordini.
Solo il nome di questo piano mondiale è da brividi “The Great Reset”.

La UE quindi, a partire dall’estate 2020, comincia finanziare per centinaia di miliardi di euro un progetto denominato “Fondo per la Transizione Ecologica”. Agli occhi degli analisti di cose europee lo stupore è immenso, per quanto rapida sia stata la capacità delle Europa di validare e stanziare somme così imponenti in così poco tempo. La burocrazia della UE infatti, è nota per la sua lungaggine, le tante mediazioni e i compromessi che la affliggono. Anche questo tassello quindi, oltre ad essere perfettamente compatibile con un disegno più grande è incredibilmente sincronizzato. A voler pensare male, si potrebbe addirittura ipotizzare che fosse già tutto pronto da diverso tempo e che l’Europa si sia limitata ad applicare azioni scritte fino nei dettagli a Davos.

Come sempre in questi casi, il governo italiano, il più manovrato dell’Unione, è stato il primo e più solerte tra i governi a recepire il dictat. Ecco infatti che già a luglio del 2020, Conte riferisce dell’ormai famoso Ecobonus del 110%, con addirittura la cessione del credito. Per tre o quattro mesi è però il Caos. Conte, nella fretta di apparire zelante con le lobbies, dopo aver inflitto agli inermi italiani una conferenza stampa delle sue, pubblica un provvedimento di cui nessuno capisce nulla, lui per primo. Cose che capitano spesso a chi copia inopinatamente. I competenti uffici ministeriali vengono quindi sommersi di richieste di chiarimento da parte di progettisti, ingegneri, architetti, geometri, banche ecc. Solo a fine novembre la situazione sarà più chiara e solo a fine dicembre i primi progetti di ristrutturazione in chiave ecologica vedranno la luce.

Ancora una volta, poi, la staffetta degli episodi notevoli è perfetta. In concomitanza con il via all’ecobonus ecco una dichiarazione destabilizzante del numero uno della Toyota (che è sua volta è il numero uno dei produttori di auto elettriche e ibride): “Le auto elettriche non sono la soluzione” dice e poi aggiunge “inquinano di più delle auto a motore termico e metteranno in crisi l’intera catena distributiva dell’energia elettrica”. Una dichiarazione che sembra la pietra tombale di Davos e del suo Great Reset. Si badi bene che la dichiarazione del Sig. Toyoda (si chiama così) non è l’esternazione di uno sprovveduto, ma l’analisi confortata dai dati della massima autorità in materia.

Difatti, nel giro di una settimana, ecco che la stessa tesi viene confermata dall’altro numero uno dell’elettrico mondiale, il CEO di Bosch Franz Fehrenbach che, da buon tedesco, bacchetta l’UE e contemporaneamente consolida il nascente “partito anti elettrico”. La UE sta scegliendo politiche che comportano una preferenza non adeguatamente giustificataper le macchine ad alimentazione 100% elettrica. Tutto questo a svantaggio del motore a combustione internae, soprattutto, “a detrimento del clima”.  Queste sono le sue durissime parole che non lasciano spazio all’interpretazione.

Verrebbe da chiedersi: ma cosa diavolo sta succedendo?

Mi dispiace ma non c’è tempo per rispondere, perché nel frattempo Elon Musk (sapete il tizio che produce le Tesla), notoriamente grafomane, scrive due lettere importantissime ai suoi dipendenti. Una più significativa (e strana) dell’altra. Nella prima, datata due dicembre, lancia un allarme che alla luce dei fatti che seguiranno, in effetti è circostanziato.

Nella mail la sua tesi è la seguente: se non sapremo tenere sotto controllo le spese, la nostra azienda potrebbe crollare! Strana teoria se si dovesse guardare ai numeri e alle quotazioni di borsa. Invece le sue esatte parole sono state: “Gli investitori ci danno molto credito sulla redditività futura, ma se, in qualsiasi momento, arriveranno alla conclusione che non accadrà, le nostre azioni verranno immediatamente schiacciate come un soufflé sotto un martello!”
La seconda mail invece, diffusa oggi grazie ad una fuga di notizie dall’interno, dice testualmente: “Vendete tutto ciò che potete … Si tratta di un traguardo molto importante per la compagnia, indispensabile a smentire tutte quelle voci che dicevano ‘Mezzo milione di vetture nel 2020? Impossibile’, ce la facciamo invece. Abbiamo 5 giorni da ora, vendiamo tutto ciò che possiamo immatricolare subito. Spero che ognuno di voi abbia passato uno splendido Natale che il 2021 sia spettacolare per tutti.”

Insomma, qualche giorno dopo le dichiarazioni di Toyota e Bosh, a Elon Musk coglie urgenza di vendere anche il servizio di posate dei giorni di festa, che tanto si usa poco…

Ed è in questo contesto che la batteria al vetro si inserisce. Costruita nel 2017, ha dovuto attendere due anni per richiedere il brevetto e un altro paio d’anni per ottenerlo. E quando finalmente lo ottiene, giusto qualche giorno e scoppia la bolla!

Ma sono tutte coincidenze, state tranquilli. Va tutto bene, The Great Reset è per il nostro bene.