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Per molto tempo in Italia l’evoluzione aziendale è avvenuta per mezzo di spinte prevalentemente interne: brevetti proprietari, l’inserimento di nuove professionalità con idee innovative, richieste specifiche di clienti consolidati… Da una decina d’anni il rinnovamento è invece originato in maggioranza da cause esterne, ma non tanto dai nuovi mercati o dalle nuove tecnologie. Certo, questi due fattori hanno il loro peso, ma non sono il vero fattore di conversione. L’evento più determinante, anche se sottaciuto da tutti, è l’avvento della figura del consulente. La sua presenza in azienda è stata originata da una serie di concause tra cui i piani strategici di lungo periodo della UE (nella quale la formazione continua e l’adeguamento alla proliferazione di sempre nuove normative sono l’asse portante), il cambio generazionale e le condizioni economico politiche che hanno spinto (contro la loro volontà) molte figure specializzate, una volta inserite in organico, verso la famigerata “Partita Iva”. Accade quindi che queste persone, per lo più competenti e aggiornate, condividano le loro conoscenze con più aziende. Il punto è che le loro conoscenze sono sempre quelle e per quanto vaste sono comunque specifiche e limitate. Queste vengono assorbite con poca personalizzazione dalle aziende, che quindi si omologano. Se dovessi trovare una concausa del poco smalto che le aziende italiane stanno esibendo, credo che punterei il dito proprio sull’eccessivo ricorso delle aziende a risorse esterne (perché costano meno e non sono un costo fisso) e soprattutto sull’atteggiamento passivo con le quali sono applicate le teorie consulenziali.
Per godere con profitto di un consulente, ci vorrebbe quindi un consulente che insegni alle aziende come gestire un consulente.