Il Centro Nuovo Modello di Sviluppo non pecca certo di originalità, nella sua lettura dell’economia. Per questo gli studi che fornisce sono preziosi, sia in termini di triangolazione dei dati, sia per profondità delle informazioni. Di recente il CNMS ha pubblicato un dossier relativo alle multinazionali che restituiscono una fotografia davvero interessante. Nel mondo ci sono 320.000 multinazionali che controllano 1.116.000 società, le quali producono il 40% del prodotto lordo mondiale e gestiscono una quota dell’80% del commercio estero. Tutto questo strabiliante risultato è ottenuto impiegando solo il 15% della risorse umane in età da lavoro. La mia attenzione, leggendo queste statistiche, si è concentrata su un aspetto non citato ma facilmente deducibile (tecnicamente si chiama “contro-dato”), ovvero quell’85% della forza lavoro che è impiegata nel 20% del commercio estero e nel 60% del prodotto interno lordo. Senza scomodare Pareto e Nash, è evidente che le piccole, medie e grandi imprese o sono inefficienti e tecnologicamente obsolete o propongono prodotti e servizi nei quali il fattore umano è discriminante. Su questo punto gli imprenditori italiani hanno l’opportunità di giocare la carta del Made in Italy, che è il terzo brand più noto al mondo dopo Coca Cola e Visa. In questo modo possono valorizzare il proprio know-how, fare dell’impiego di figure professionali/artigianali un punto di forza che valorizza il prodotto perché unico e personalizzato, fino ad arrivare a giustificare (in certi settori) la scarsa automazione come una garanzia di qualità. In termini di comunicazione questo funziona molto bene. Sfortunatamente non è così discriminante per i piccoli e medi imprenditori per il fatto che, da sempre, le multinazionali adottano una strategia detta “Colonizzazione Singer”. Per introdursi nel mercato inglese e vendere le sue macchine da cucire, l’americana Singer, alla fine dell’800, fondò una società a Glasgow. Riuscì così ad invadere con le sue macchine “Made in England” il mercato inglese, allora in regime di protezionismo. La stessa cosa accade oggi in tutto il mondo, Italia compresa. In questo modo l’80% dei prodotti esportati all’estero col marchio Made in Italy in realtà sono merci piuttosto standard, prodotte da multinazionali, le quali hanno acquisito brand o stabilimenti italiani dove poi hanno introdotto le loro procedure, le loro tecnologie e le loro politiche commerciali. Sulla base di questo scenario è auspicabile che le aziende “realmente” italiane agiscano almeno su tre fronti: la comunicazione, le alleanze strategiche, la tutela dei propri interessi a livello normativo nazionale e internazionale. Sul fronte uno e due Linkredibile agisce da tempo con efficacia.