I Gruppi di Acquisto Solidale (GAS) sono un’esperienza tutta italiana nata ormai una ventina di anni fa. Anche se quasi ogni GAS ha una sua autonomia e una propria identità, hanno tutti alle spalle principi comuni potenzialmente dirompenti per il mercato. Seguono la logica della solidarietà, favorendo il piccolo produttore locale, spesso dialogando con lui direttamente. In questo modo si tagliano i passaggi intermedi, si rompe la catena della distribuzione (soprattutto la grande distribuzione) e si negozia con il produttore a proposito di qualità, formati, equità del prezzo, rispetto delle condizioni dei lavoratori e dell’ambiente. In questo senso chi partecipa ai GAS sfrutta al meglio il potere del consumatore di indirizzare la produzione e di ripensare (ottimizzandolo) il sistema distributivo. Una ricerca dell’Università di Trento ha stabilito che il gasista in genere appartiene alla classe media, ha una famiglia con figli, un’età tra i 35 e i 50 anni ed una istruzione alta (i laureati sono circa il 50%). Dopo due decenni il numero di GAS e di gasisti è ormai consolidato, anche perché appartenere ad un GAS significa anche coinvolgersi direttamente in alcune azioni logistiche un po’ faticose se non supportate dalle giuste motivazioni. Appartenere ad un GAS è però anche gratificante perché implica un cambio di modello di consumo capace di incidere profondamente nel territorio e nel ciclo economico sociale, influenzando ad esempio le amministrazioni locali con le scelte dei menù delle mense e facendo cultura di prodotto attraverso mercatini e botteghe (anche temporanee). In un nazione come la nostra dove i prodotti di eccellenza locale sono una grande ricchezza, il GAS diventa un’opportunità di selezione e valorizzazione piuttosto potente, tanto che di recente i GAS sono stati coinvolti nei Distretti del cibo, uno strumento voluto dal governo per lo sviluppo e la promozione dei territori. Lontano dai fenomeni “radical chic”, il gasista acquista, sapendo che mettendo in dispensa certi prodotti, indossando certi capi, compie un’azione politica e culturale. Non è ancora un’azione capace di spostare gli equilibri economici di una società, ma le sue istanze cominciano ad essere riconosciute e formalizzate e già ora si può considerare una soluzione concreta e alternativa agli attuali cicli economici, produttivi e distributivi su molti settori strategici per il nostro paese.