Quando le città cominciarono ad diventare davvero un serio problema ambientale, paesaggistico e sociale, ovvero all’alba del ventesimo secolo, due mostri sacri dell’architettura, due pensatori ed intellettuali, ebbero due visioni speculari. Frank Lloyd Wright voleva delle città diffuse e a bassa densità, fino al punto di rendere indistinguibile il passaggio dall’urbe alla campagna. Concetto diventato famoso con il nome di “Disappearing City”. Le Corbusier, al contrario, guardava verso il cielo, orientando verticalmente lo sviluppo degli edifici e quindi verso un consumo parsimonioso del suolo. Oggi sappiamo che Le Courbiser ha ricevuto più like (per dirla in un modo che farebbe felice Zuckerberg) anche se alcune megalopoli di paesi in via di sviluppo costituiscono una rimarchevole eccezione.
Il risultato di questo modello di “città compressa” ha favorito il fenomeno della migrazione dalla campagna verso la città, al punto che oggi, per la prima volta nella storia dell’uomo, ci sono più residenti urbani che nelle campagne. L’interessante ipertrofia metropolitana ha degli effetti che sono facilmente leggibili anche dai numeri: le aree urbane rappresentano solo il 2% della superficie terrestre ma consumano il 75% di tutte le risorse. Oltre a questo evidente squilibrio, le città devono anche rendere conto di fenomeni come le isole di calore e il significativo contributo al riscaldamento globale. L’assorbimento di calore da parte del cemento, il calore emesso dai condizionatori e la concentrazione umana non si disperde facilmente come nelle campagne. ma rimane intrappolato tra gli edifici creando un delta termico che spesso supera i due gradi tra le città e le campagne. Uno studio del Politecnico di Zurigo ha infatti previsto che nel 2050 Madrid avrà l’attuale clima di Marrakech, Stoccolma quello di Budapest, Londra quello di Barcellona e Seattle di San Francisco.
E’ probabile, tuttavia, che il modello di Wright non sarebbe stato più sostenibile perché, oltre ad un molto maggiore consumo di suolo, ci sarebbe stato un sostanziale incremento della mobilità per la necessità di spostarsi da un luogo all’altro anche molto distanti tra loro pur rimanendo nel medesimo insediamento. E oggi sappiamo quanto questo sarebbe (ed è) problematico addirittura nelle città compresse dove le distanze sono più ridotte.
Per risolvere tutti questi problemi non esiste una unica soluzione, ma la buona notizia è che le sperimentazioni sono molte e anche notevoli per qualità delle realizzazioni.
Un po’ in tutto il mondo, urbanisti e architetti si stanno attrezzando per riprogettare congiuntamente le metropoli ecologiche di domani. A Melbourne ad esempio è stato da poco inaugurato il nuovo edificio del comune che è in grado di produrre l’85% del suo fabbisogno di energia elettrica. Il parlamento tedesco invece impiega olio combustibile vegetale e senza carbonio per ridurre del 94% le proprie emissioni (su questa soluzione io nutro più di una perplessità ma non è questo il momento di parlarne). Qui da noi, a Milano, lo sappiamo, saranno piantumati tre milioni di alberi nel contesto di progetto di riforestazione urbana “ForestaMi” con a capo Stefano Boeri, lo stesso architetto che ha progettato il bellissimo Bosco Verticale e soprattutto la città cinese di Liuzhou, dove uffici, case, alberghi, ospedali, scuole, sono interamente ricoperti di alberi e piante. Questa nuova città di 30.000 abitanti sarà quindi in grado ogni anno di assorbire circa 10.000 tonnellate di CO2 e 57 tonnellate di polveri sottili e di produrre circa 900 tonnellate di ossigeno all’anno. Dall’altra parte dell’Atlantico contano invece di ridurre le temperature medie di un grado e mezzo nelle grandi città, posando asfalti che respingono i raggi solari e puntando (anche loro) sulla riforestazione urbana.
Insomma, a quanto si capisce, i due geni di primi del ‘900 troveranno pace perché, in fondo, avevano ragione tutti e due. Il futuro vedrà città sempre più attente al consumo di suolo e sempre più verticali, come piace a Le Corbusier, ma con un rapporto tra cemento e verde, tra assorbenza e dissipamento, tra sole, acqua e aria il più vicino possibile a quanto si vede in campagna, come piaceva a Frank Lloyd Wright. Tutto questo, nelle innumerevoli zone industriali periferiche rispetto ai centri metropolitani diventa ancora più facile, economicamente sostenibile e urgente da praticarsi. Oltre alla mitigazione urbana quindi, nasce il tema della mitigazione industriale.