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Nel 2016 ci sono state 455 serie tv originali trasmesse dalle TV americane. Solo quattro anni prima erano appena 288 e dal 2006 ad oggi il numero di nuovi format è aumentato del 137%. La scelta dei consumatori non è mai stata così varia. Per comprendere questa impennata è necessario fare un salto indietro di una ventina d’anni almeno. Sul finire degli anni ’90 le televisioni usavano programmare le serie più prestigiose per tre quarti della stagione, ovvero 22 episodi. In questo modo garantivano una stabilità di pubblico alla rete, con la conseguente stabilità di introiti pubblicitari. Con l’inizio del nuovo millennio i canali via cavo, primo fra tutti HBO, optarono per una strategia molto più aggressiva, con l’obiettivo di ottenere più pubblico. L’alternativa ai grandi canali pubblici divenne la qualità. Non più quindi lunghe serie dalla vita decennale che permettano agli spettatori di adagiarsi sulle storie e seguirle nelle complicate trame sempre più avvitate su se stesse (dopo la IV stagione in genere ogni serial perde smalto), ma un maggiore numero di produzioni, più corte e dai temi più svariati. Capostipite di questa rivoluzione furono “The Sopranos” e “The Wire”… In seguito questa politica è stata perseguita con ancora più convinzione dalle nuove offerte di Netflix e Amazon, i quali avevano ancora più bisogno dei vecchi canali via cavo di attrarre pubblico. La chiave di volta di questa piccola rivoluzione culturale e sociologica risiede proprio nel fatto che questo tipo di intrattenimento non si basa più sulla raccolta pubblicitaria classica ma sugli introiti derivati dagli abbonamenti (intrinsecamente più volubili) ed in parte su un product placement più spinto e raffinato. Da qui nascono serie come Marvel, Stranger Things e Glow. Serie molto brevi di buona originalità e creatività. Soprattutto produzioni come Breaking Bad e Game of Thrones hanno poi evidenziato un’altra nuova caratteristica dell’intrattenimento (a parte la mobilità che però necessita di un approfondimento a parte, così come la fruizione di questo prodotto), ovvero la repentina fine delle serie. Questo accade perché è diverso il concept che le ha generate. Gli sceneggiatori e i produttori sono ora rivolti a raccontare delle storie, più che a seguire le vicende dei personaggi. E le storie, soprattutto le più belle, finiscono subito. Pare che questa strategia instilli nello spettatore il desiderio di provare subito altre nuove emozioni e di conseguenza la fedeltà dell’abbonato si consolida attraverso una promessa di sempre più grande qualità del prodotto e sempre più entusiasmati e profonde storie. Ecco spiegato il recente impiego di vere star di Hollywood, che una volta invece avrebbero (giustamente) ignorato offerte di questo tipo. Tra questi basta ricordare James Franco, Matthew McConaughey, Kevin Spacey…
In una spirale virtuosa che sembra non avere fine, alle serie televisive si sono quindi avvicinati anche grandi sceneggiatori e i maghi degli effetti speciali. Insomma, la linea di confine tra film e telefilm è virtualmente scomparsa.