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Il tema dei diritti umani smetterà presto di essere un argomento per ONG, uscirà dalle aule magne dove se ne discute da anni, sorpasserà i campi profughi dove si dovrebbe viverli nel quotidiano e atterrerà soffice nel patinato mondo del business. Le parole chiave sono Social Responsibility e Comitato Etico. Benetton se ne è dotato la settimana scorsa e un centro interuniversitario di portata mondiale come l’EIUC sta progettato un percorso dedicato alle aziende per certificarsi in Human Rights Compliant. Con quel bollino le aziende promettono ai loro clienti che nulla nel loro processo produttivo, a partire dalle materie prime, fino ai fornitori, alle tecniche di lavorazione e distribuzione, violerà alcun diritto dell’uomo. Promessa complicata, diciamolo subito, perché la lista è lunga, impegnativa, onerosa e in diversi casi anche incompatibile con i modelli più spinti di economia e finanza. A questo potrebbe anche aggiungersi un percorso formativo (fino forse a diventare un master) dedicato ai manager e agli young leaders, per certificare la propria professionalità in tema di gestione dei diritti umani. Chiamateli se volete Human Rights Defender e il loro curriculum alla fine del corso sarà di gran lunga il più competitivo e ricercato. Prendete nota. Perché quasi non esiste azienda che non abbia (o abbia avuto nel passato) guai nella gestione delle risorse umane o implicazioni etiche dei suoi investimenti. Il consumatore, da par suo, sarà sempre più sensibile a questi argomenti e premierà le aziende più impegnate in questi ambiti. A quel punto consulenti con specializzazioni ad esempio in antropologia economica diventeranno piuttosto richiesti. Un po’ come lo sono oggi i fundraiser per le no profit o gli esperti di social ed e-commerce per la aziende di produzione e commercio. Un nuova nuova professionalità e tante opportunità che oltre ad essere il futuro cominciano a diventare anche il presente.

LINKOGRAFIA
La pagina dedicata alla Social Responsibility di Benetton
La home page di EIUC
La Fondazione Ford