Mark Coddington è docente e ricercatore di sociologia dei media alla prestigiosa Washington and Lee University. La settimana scorsa ha pubblicato un articolo nel quale si chiedeva quanto fossero affidabili le notizie dei giornalisti e quanto fossero davvero fake news quelle che l’establishment definisce “fake news”. Mark si è chiesto innanzitutto di chi e di cosa si fidino i giornalisti, perché questi due aspetti determinano in modo sostanziale le notizie che poi noi leggiamo e ancora di più il “filtro” che alle informazioni danno questi professionisti dell’informazione. Numerose ricerche condotte da lui e da altri studiosi come ad esempio Aviv Barnoy (docente e ricercatore di filosofia dei sistemi informativi alle Università Ben Gurion, all’Università di Haifa e alla Zefat Academic College) e Zvi Reich (preside della facoltà di studi sulla comunicazione dell’Università di Ben Gurion, membro dell’ International committee for the selection of the the outstanding paper of the year award, Journalism division, International Communication Association, membro dello Scientific advisory committee, Worlds of Journalism international study e membro del Israel Press Council and the Presidium of the Israel Press Council.), hanno determinato che la fiducia dei giornalisti è riposta nelle fonti e nelle informazioni con una distribuzione che rispetta l’equilibrio di Pareto. Detto in due parole se la fonte da cui arriva la notizia è affidabile, i controlli sulla veridicità dell’informazione sono scarsissimi. Viceversa se la fonte non è credibile i controlli sono altissimi. Questa modalità di scelta, che gli stessi autori della ricerca confessano essere non lusinghiera, viene definita in modo piuttosto eloquente “Pilota Automatico”Il focus, a questo punto, si sposta sul capire quindi in che modo un giornalista identifichi come affidabile una fonte, perché una volta ritenuta affidabile, poi i controlli sulla veridicità delle notizie saranno quasi pari a zero. Naturalmente il modo più affidabile per diventare una di quelle fonti attendibili è avere un ruolo ufficiale. Qui da noi, in Italia, per fare un esempio, la massima autorità in questo senso è un ex partecipante ad un reality, noto per le sue frequentazioni intime con camionisti rumeni che puzzano e sono poveri (uso le sue parole).Questa fiducia acritica, tuttavia, dice Mark “basata sulla fonte radicata nell’autorità ufficiale, rende i giornalisti vulnerabili all’inganno e trascura anche preziose voci alternative o emarginate.”Altrove che in Italia si sta cercando di porre rimedio a questa stortura, tentando di integrare strutturalmente un giornalismo fondato sui dati reali, sulle verifiche delle fonti e delle notizie triangolando le informazioni. Quotidiani e riviste molto autorevoli come The Guardian, Spiegel e Neue Zürcher Zeitung, hanno formato team di giornalisti formandoli alla lettura della complessità e questo è risultato essere tutt’altro che semplice. Talvolta si è addirittura dovuto registrare un’insanabile incompatibilità tra i colleghi, originata da continui disaccordi sul significato dei dati. A questo marasma si aggiunge un ulteriore fattore di sparigliamento: la globalizzazione, che ha ampliato le opportunità di azione per tutti, costringendo i giornalisti – normalmente abituati a lavorare su problemi nella loro area geografica locale -a collaborare con i loro colleghi di tutto il mondo in indagini su larga scala. Questo, un po’ come all’allungarsi del tubo dell’acqua aumentano le perdite, anche le informazioni subiscono perdite di dati. Ad oggi tuttavia, non c’è ancora stato un approccio accademico per la dinamica e la comprensione teorica dei rapporti tra giornalisti, eventi, e condivisione con il pubblico.
Nel frattempo noi compriamo quotidiani e riviste, fruiamo dei telegiornali, dei radiogiornali dei talk show Leggiamo e ascoltiamo persone che non sanno quello che dicono, paghiamo abbonamenti, ci facciamo delle opinioni, votiamo con una consapevolezza che gli studiosi stimano al 20% di quelle che sarebbe necessario per agire responsabilmente.