Qualche tempo fa parlavo con un amico che ha un ruolo significativo in un’azienda del settore tecnologico. Mi diceva che di lì a poco avrebbe assunto dei giovani da inserire in quel comparto ibrido tra tecnico e commerciale che quasi tutte le aziende del settore devono avere, per comprendere e soddisfare le richieste dei clienti. Mi disse che le prestazioni nello studio e le competenze tecniche dei candidati non lo interessavano “quelle si imparano velocemente anche qui dentro con la formazione e l’affiancamento” ,sono state le sue parole. Quello che lui veramente cercava nel candidato era che avesse fatto il liceo classico, che possedesse attitudine al ragionamento e che dimostrasse di padroneggiare le mappe concettuali e gli schemi di ragionamento. “Niente e nessuno, meglio del liceo classico italiano, riesce a formare un grande esperto di tecnologica” Aveva detto concludendo il suo ragionamento. Bene, Enrico Cereda, presidente e amministratore delegato di Ibm Italia, ha addirittura rincarato la dose in un’intervista rilasciata ieri al Sole 24 Ore. Se pensate all’IBM come ad un’azienda di Personal Computer obsoleti (ed io ero tra quelli che la percepivano in questo modo) si sappia che invece, il 46% dei 79,1 miliardi di dollari di fatturato dell’azienda è prodotto nei comparti strategici che riguardano cognitive e artificial intelligence, cloud computing, sicurezza e mobile. E questo l’ha trasformata antropologicamente: gli occupati in Ibm nel mondo restano 375mila circa, ma gran parte sono persone arrivate nel corso degli ultimi cinque anni in sostituzione di altre professionalità. Sicché l’Ibm per svolgere il suo compito, oltre agli ingegneri, assume medici, matematici, psicologi, linguisti. Questo perché nella rincorsa all’intelligenza artificiale, la sfida sta nella capacità di leggere quella quantità di dati in modo da aumentare le possibilità degli umani di reagire e decidere: nella cybersicurezza, nelle relazioni con il mercato, nei servizi assicurativi e così via.