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Quando una decina di anni fa Google acquistò Youtube per la bella cifra di 1,65 miliardi di dollari, la perplessità maggiore degli analisti finanziari risiedeva nel suo business model. Ovvero, non era chiaro come il video social, allora emergente, avrebbe fatto guadagnare i suoi proprietari. La soluzione fu tra le più scontate: gli spot prima della visione ed i banner durante la visione.

Gli stessi dubbi sono stati e sono tuttora sollevati per altri social come ad esempio Pinterest. Diverso è il caso di Facebook, che i soldi se li procura non tanto con il modello ormai super collaudato dei banner (ancorchè dinamici e frutto di remarketing), bensì con la vendita dei profili alle aziende. Certamente saprete che le foto che pubblicate ma anche i vostri dati personali, i gusti e le preferenze sono oggetto di analisi da parte del social, il quale poi li rivende ad aziende interessate ad offirvi il loro prodotto. Sia attraverso facebook sia attraverso ogni vostra altra navigazione compiuta in rete.
Bene, in tutto questo c’è però una falla! Una fastidiosa falla aggiungerei. Ovvero che ci sono pochi imprenditori che ottengono grandi profitti dalla pubblicazione di contenuti prodotti da tutti noi, che ovviamente non siamo affatto pagati per farlo. Non è propriamente quella che si chiama dinamica del win-win!
Per porre rimedio a questa stortura finalmente arrivano delle prime soluzioni come worldz e Shallet. Due app tutte italiane che, pur con i loro limiti, provano a far guadagnare noi quando produciamo e pubblichiamo qualcosa. Shallet ad esempio si è concentrata sulle foto di non professionisti e prova a rivendere tutte quelle che i suoi iscritti pubblicano. La dinamica in realtà non è così semplici e per certi aspetti si configura quasi come uno schema Ponzi. Del resto da qualche parte bisogna pure cominciare e la strada ora di sicuro è tracciata. Worldz invece prova ad attribuire un “valore economico dinamico” ai post di ciascuno di noi attraverso il parametro della popolarità. Anche qui la faccenda non è proprio lineare nel senso che il valore dei post può essere speso in un circuito e-commerce convenzionato. Insomma si tratta di tentativi ibridi nel quale il business model è ad un livello ancora pionieristico. Ma il solo fatto di far passare il concetto che ogni nostro contenuto può e deve avere un valore riconosciuto è davvero un cambiamento di paradigma molto significativo. Forse paragonabile a qualcosa come il diritto di tutela dei lavoratori nel diciannovesimo secolo.